Dopo mesi di teorie e misteri è arrivato il risolutivo season finale di “Westworld”. Ecco la recensione di “The Bicameral Mind”.

Era difficile, se non impossibile, ma alla fine ce l’hanno fatta. Jonathan Nolan e Lisa Joy sono riusciti a costruire un cavallo da corsa preciso e risolutivo, un cerchio perfetto fatto di corsi e ricorsi, timeline multiple e visioni contrapposte, un trattato alla coerenza narrativa e alla complessità, una delle serie migliori del 2016 con uno dei finali di stagione più clamorosi dell’anno. Questo è stato “Westworld” e questa è stata la sua ultima puntata, “The Bicameral Mind”: 90 minuti di risoluzione e svolte continue, di grandi rivelazioni e momenti altissimi, 90 minuti che chiudono un cerchio in modo quasi definitivo. 90 minuti di applausi.

Per lungo tempo abbiamo aspettato questa serie e ce la siamo goduta con passione per 10 settimane: abbiamo gioito per la bellezza delle ambientazioni, la bravura degli attori, la cura nei dettagli e i grandi dialoghi, ma altrettanto spesso ci siamo scoraggiati e abbiamo fatto fatica. Sin da subito la serie è apparsa come un prodotto fin troppo contorto, carico di teorie, suggestioni e complessità che avrebbero finito per schiacciarlo e distruggerlo completamente. Avevamo però fatto l’errore di paragonare “Westworld” a una serie come le altre, perdendo di vista quello che fin dall’inizio era un prodotto compiuto, scritto per durare 10 episodi e capace, in 10 episodi, di regalarci tutto quello che volevamo.

Gli spiragli aperti verso il futuro ci sono e sono parecchio allettanti, ma marginali se confrontati con una storia che non solo ci ha dato tutte le risposte, ma ha dimostrato una coerenza interna che non immaginavamo, una ricorsività di tematiche e storie perfettamente calzante e un finale da urlo che mai avremo immaginato così teso e potente. L’episodio 1×10 è stato la summa di tutto quello che gli autori hanno sin dall’inizio costruito. Quest’ultima puntata, del tutto priva di orpelli e pesi teorici, è riuscita a viaggiare spedita come non mai  tra dialoghi bellissimi, scene al cardiopalma e sequenze d’azione davvero ben congegnate.

Dolores nel finale di Westworld
Dolores nel finale di Westworld

Tutte le spiegazioni che chiedevamo sono arrivate, mostrando l’importanza delle teorie che ci erano state presentate sin dai primi episodi. Al centro di tutto la straripante potenza evocativa della “mente bicamerale” capace, tramite rimembranze, sogni, sofferenze ed emozioni, di plasmare androidi più umani degli umani stessi, tanto forti da ammaliare i loro “dei” e le loro “voci” oltre il limite della follia. Una storia ricorsiva e potente, una spirale ipnotica sempre uguale a se stessa, tanto nel passato quanto nel presente. Le 4 timeline multiple della vicenda si sono contraddistinte per il ripetersi costante degli stessi elementi, delle stesse emozioni e delle stesse fragilità.

Quella di “Westworld” si è dimostrata una storia profondamente drammatica e oscura: il parco era davvero il luogo in cui riscoprire se stessi e utilizzare le pene della vita come unico viatico per comprendere le sofferenze di un mondo senza scampo. Come Arnold, anche Ford lo ha capito, diventando il “dio buono” che il suo socio era riuscito ad essere molto prima di lui. Come loro anche William, 35 anni dopo e nelle vesti dell’Uomo in Nero, ha avuto la rivelazione che cercava, insoddisfacente rispetto alle aspettative ma altrettanto devastante.

Dolores e L'Uomo in Nero
Dolores e L’Uomo in Nero

A farne le spese gli uomini, gli ospiti e i membri di Delos, sommersi fino al collo da pulsioni e istinti che non gli hanno permesso di intuire il pericolo. La linea narrativa finale di Ford è stato l’atto definitivo di Arnold, una volontà finalmente compiuta nella sua interezza. Gli androidi hanno sofferto e patito, sono rimasti a lungo intrappolati ma hanno trovato il centro di loro stessi e del labirinto, eliminando i loro “dei” e cancellando per sempre il loro “creatore”. Nulla è rimasto di quel parco, schiacciato dalla genialità di un piano che abbiamo sempre avuto sotto i nostri occhi ma che solo negli ultimi minuti ci è stato rivelato in tutta la sua malefica perfezione.

Host e umani si sono mostrati per l’ennesima volta due facce della stessa medaglia, simili sotto ogni aspetto, fragili e tristi, soli e malinconici, incapaci di sfuggire al loro destino e di espiare le proprie colpe. Ford e Arnold sono rimasti intrappolati negli stessi “meandri bicamerali” con i quali hanno trasformato i robot in esseri umani, divorati da una follia creativa che non ha risparmiato niente e nessuno. Tutti hanno avuto una conclusione più o meno degna del loro percorso, ma ad uscirne appagati siamo stati noi spettatori. La storia poteva benissimo finire qua e non avremmo avuto niente da ridire. Invece non sarà così.

Una scena dal finale di Westworld
Una scena dal finale di Westworld

Abbandonato definitivamente il passato con la conclusione totale e perentoria delle vicende di Arnold, Ford e William è sul futuro che dobbiamo ora proiettare i nostri sguardi. Non sappiamo se i personaggi della prima stagione torneranno, se lo faranno in queste vesti o se avranno ruoli diversi. Sappiamo però che la sparatoria si è conclusa a metà e che non ci è stata realmente mostrata la morte di nessuno dei personaggi principali. Sappiamo che Maeve ha seguito il suo “copione” tornando sui suoi passi. Sappiamo che l’ambientazione “western” è solo uno dei parchi nei quali è strutturato “Westworld“. Gli input per un futuro radioso sono numerosi e sin da ora portatori di infinite aspettative.

Complimenti a Nolan e Joy, bravi ad avere coraggio nel portare avanti un percorso atipico rispetto a quello di quasi tutte le grandi serie moderne. Hanno costruito un solido macrocosmo narrativo sul quale hanno poi impiantato una storia autoconclusiva perfettamente calzante, capace di dipanarsi nell’arco di dieci puntate e di non lasciare assolutamente nulla fuori posto. I cali di ritmo e i cedimenti ci sono stati, ma questa 1×10 ha ricondotto tutto sui binari giusti, chiudendo ogni cassetto e regalandoci soddisfazioni che ricorderemo per lungo tempo. Un ciclo si è concluso: ora ne aspettiamo un altro, consapevoli che per fare meglio di così ci vorranno ambizioni ancora più alte.

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Manuel Lai

Divoratore seriale appassionato di musica, cinema, fumetti e tecnologia. Dopo l'Università mi sono ritagliato uno spazio nel mondo del giornalismo, specializzandomi nel web e nei contenuti per i giovani. Amo i lunghi editoriali e le recensioni: tutto al mondo può essere commentato.

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